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29 December 2011 @ 07:30 am
Ci sono molte cose delle quali dovrei raccontare. E' davvero molto tempo che non aggiorno questa sorta di diario-albumdeiricordi-quellocheè. Sono tra l'altro reduce da una notte passata completamente in bianco. Da un sacco di tempo a questa parte sento che non l'ho sprecata.
L'ho divorato, perchè non potevo fare altro. Addormentarmi mi riesce difficile tanto quanto svegliarmi, ormai. E quindi ho preso questo libro che per un fortuito caso del destino è finito fra le mie mani quando in realtà mio zio l'ha prestato a mia sorella. Ed è stato amore. Amore, proprio. Credo di aver trovato una parte di me stanotte, e non sapevo nemmeno di averla mai posseduta.
Ora capisco Holden quando farneticava degli autori con cui vorresti passare un'ora della tua vita, seduto ad un tavolo all'esterno di un bar qualunque, a bere caffè, e a fumare una marlboro dietro l'altra. E parlare, parlare, parlare. Ascoltare, ascoltare, ascoltare. Capire se nella vita vera parlano esattamente come scrivono, facendo le stesse pause che hai respirato tu, cambiando posizione ogni dieci minuti per non permettere al freddo di questa fine di dicembre di interrompere il flusso.
Oh, dio. Non saprei nemmeno da dove cominciare.
Mia sorella è una foca monaca è un romanzo schietto, infantile, appassionato. Senza mezze misure, dolcissimo come pochissimi altri libri mi sono sembrati. Solo uno, veramente. E c'è questo ragazzino che in copertina ha due occhi enormi sotto i riccioli nerissimi, arruffati; il naso sanguinante, l'espressione dura e intensa e ardente e spaurita che ha Lui.
Lui non ha nome; non ha un volto, non ha niente. A te interessa solo relativamente, per chiamarlo quando hai chiuso il libro e ti aspetti di incontrarlo per strada, uno così: il primo passante potrebbe avere la sua camminata, potrebbe fumare allo stesso modo. Non sai altro di Lui a parte quello che ti ha regalato questo strappo di vita. Non è bello, nemmeno quel viso in copertina lo è; Lui non è popolare, non ne fa una giusta che sia una, dice quello che pensa ma quello che pensa è quasi sempre sbagliato.
Ed è adorabile. A d o r a b i l e. Uno stronzetto selvatico: lo vedi proprio, con le mani seppellite nelle tasche, lo sguardo basso che si alza solo quando deve sparare qualche stronzata. Con una naturalezza disarmante.
E' un libro intenso; Lui è intenso. Duro come crede di essere, diretto come i ganci destri che non ha mai saputo dare. Di Lui sai solo che è un patito dei film, che imita gli attori - i veri uomini - per sentirsi uomo anche lui, anche se è solo un ragazzino. Di Lui scopri di amare l'ironia e il sarcasmo - ti ci riconosci, in certe frasi, in certe battute. Sai di averle dette anche tu. Sai di aver pensato e provato le stesse cose che ha pensato e provato Lui. Ridi e basta, all'inizio. Cinquanta pagine davanti alle quali sorridi come un cretino e ridi piano per non svegliare nessuno.
Poi cambia. Lo capisci subito, te ne accorgi come ti accorgeresti di una randellata in mezzo alle gambe. Ti stupisce sì e poi no: te lo aspettavi, lo sapevi. Ma è intenso lo stesso, fa male lo stesso.
La fragilità è un panno umido incollato addosso, e Lui se lo porta ovunque come la coperta di Linus. Si protegge facendo lo stronzo, e poi piange davanti alla bella ragazza con gli occhi verdi di turno che gli urla in faccia. E Lui la ama, e quindi la ami anche tu - ti sta sul cazzo. La ami. Ti innervosisce. Sorridi pensando che sai che state mentendo entrambi.
Lui è adorabile. L'ho già detto. E' geniale. Lui, e il Capo, e Vì e Frà e Giulio il capo-fabbrica-bergamasco-fascista e la donna preoccupata delle piante nel corridoio squallido che è freddo come la morte mentre va al suo colloquio di lavoro.
Non voglio dire altro: bisogna leggerlo. Tutto d'un fiato. E' splendido, sono innamorato. Non ricordo il nome dell'autore, ma non ha importanza. Mia sorella è una foca monaca.
Ricordatevelo. Quando arriverete alla fine, capirete l'odio nella risata sfumata di adorazione, di sconcerto. Ci rimarrete male. E vi ritroverete a riversare in mezz'ora tutto quello che una notte alla luce dell'abat-jour è stata capace di regalarvi.
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04 June 2011 @ 07:54 pm

Da ridere, proprio. O forse ci sarebbe da piangere.
Avrei dovuto scrivere questa cosa qualche giorno fa - quando è successa. Invece non l'ho fatto. Perchè avevo la mente tutta completamente puntata nell'attesa del sollievo - che è arrivato, fortunatamente. E non so nemmeno perchè voglio scriverla. Forse è solo una soluzione elaborata dal mio cervello: una risoluzione alla mia voglia di raccontare e a quella di rileggermi, di pensare. Non è un post di autoanalisi, comunque. Non temete, nessun viaggio nella mia mente contorta è programmato, per quest'oggi. Vi lascio respirare. Rilassatevi.

Squillo del telefono. Mi ci catapulto, perchè aspettavo lei dal giorno prima, e non l'avevo ancora sentita. Ma non era lei. Era D. e una domanda che mi ha fatto gelare il sangue: "Cosa hai detto a Michela?". Cosa le ho detto. Che le ho detto? Le ho detto quello che mi ha detto C., perchè pensavo non avesse importanza. Nessuno mi ha detto che era un maledetto segreto di stato, non ha ragione di esserlo. Qual è il problema?
"Eh, no... è che Tommaso mi ha chiamato e mi ha chiesto spiegazioni. C. mi ha detto di non averti detto niente".
Ed è arrivato. E' arrivato e se n'è andato. Il peso. E' partito dal cervello ed è sceso a velocità impressionante verso il pavimento. Si è fatto spazio tra gli organi, ha fatto sussultare il cuore, ha fatto fare da parte lo stomaco e alla fine è scivolato via, perdendosi lungo i tre piani del condominio, è sceso e sceso e sceso e ha lasciato il mondo. Ho sentito gli occhi correre alla finestra, tanto vicina, e ho visto il lampo di verde e bianco e giallo del giardino fuori. E ho sentito anche che tremavo, tutto, dio santo, che tremavo, e mi tremava la voce, perchè l'unica cosa che ho avuto la possibilità di pensare è stata questa. Sta succedendo di nuovo. Di nuovo. Dio. Di nuovo. Non è possibile. No.
"Sta mentendo". E la risata - isterica. Perchè l'ho pensato. Ho pensato di essere pazzo, davvero. Di immaginarmi le cose. Di aver completamente perso la testa - ed ha influito Shutter Island, forse. Di sentire frasi mai pronunciate, perchè semplicemente non... era possibile. Che stesse succedendo, di nuovo. Che qualcuno negasse di avermi detto qualcosa che io poi ho riferito al diretto interessato - alla diretta interessata. Che è sempre lei. Sempre Michela.
Ci ho perso sangue, per questa cosa. Ho cercato il dolore per non fossilizzarmici sopra. Ho mischiato acqua e sale e sentito l'acido, per questo. Mi sono visto urlare in faccia, mi sono sentito spintonare. Mi sono sentito perso, per questo. E solo. Ho sentito risate imbarazzate e visto sopracciglia inarcate. Mi sono visto attaccato. E per cosa? Per aver detto la verità. Per aver riferito quello che mi era stato detto. Perchè io non ho mai, mai, mai in tutta la mia vita, sentito il bisogno di fingere con le persone che amo - con le persone in generale. Non per ferirle. Non per farmi una risata alle loro spalle. Non per fare loro del male. Mai. Forse, semplicemente, perchè non ne sono capace.
E io davvero, non capisco. Che cosa c'è di piacevole nel farlo? Perchè devi sparlare di qualcuno? Perchè quando non c'è lo insulti e quando invece è presente gli sorridi? Per. Quale. Motivo. Lo. Fai?
Ho pensato che gli amici sono inutili. Anche. Ho pensato che fa meno male non averne affatto. Non se fanno queste cose. Non se negano, non se mentono. Ne ho persi alcuni, altri forse non li ho mai nemmeno avuti. E adesso aspetto le dieci, per vedere C. Per guardarla e cercare di capire cosa l'ha spinta a negare. Senza giudicarla, però. E' la prima volta che la vedo, dopo quella chiamata. Non so cosa penserò io, non so nemmeno che cosa penserà lei. Michela non c'è.
E ho paura, perchè non so cosa troverò dentro i suoi occhi.


 
 
06 April 2011 @ 10:11 pm

<Ormai è rotta. E' come una cosa rotta - un vaso. Puoi cercare di rimetterlo insieme...>
<...ma si vedono le crepe. Ormai è rotto>
<Sì>
<Già>
...
<Alla fine, cioè... se mi succedesse qualcosa, non posso contare su di te>
<Già>
<Le cose si dimostrano coi fatti, non con le parole>
<Sì, infatti>
<Così non ha senso, proprio>

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23 February 2011 @ 02:32 pm
A te che cambi tutti i giorni 
e resti sempre la stessa.


Ci sono cose che nemmeno tu conosci. Di me. Come ci sono cose che io di te non saprò mai. E’ questo? Questo che ci lega, che spinge te a chiamarmi solo per dirmi che ti manco, che spinge me a baciare qualsiasi parte di te sia abbastanza vicina alle mie labbra? Io quello che sento per te ho provato a dirlo tante volte, ancora di più a scriverlo, come sto facendo adesso. E non ci riesco. Perché dovrei raccontare tutti questi diciotto anni insieme, amore mio. Dovrei dire che quando eravamo piccoli pregavamo tua madre per ore perché potessi passare il pomeriggio con me, e che facevamo il bagno insieme, nella vasca, ti ricordi? Dovrei parlare di quella volta vicino a quella barca, quando mi hai detto quelle cose, quando mi hai visto con la mano nella sua e mi hai incenerito. Quando mi hai detto che ero tuo, solo tuo. E che non doveva toccarmi, guardarmi, starmi troppo vicino – i tuoi occhi, me l’hanno detto. Dovrei raccontare delle ore che passavamo in camera mia, ore, amore, ore intere, che finivano in un attimo. Dovrei parlare di quella chiamata subito prima di fare l’amore. La tua voce che tremava, amore mio, come ti tremavano le gambe, quanto hai pianto lontano dai miei occhi e dalle mie braccia? E che l’unica cosa che io riuscivo a pensare era la voglia che avevo di spaccargli la faccia perché voleva toccarti. Dovrei dire che ho pianto sul serio, davanti a te, che mi guardavi, mi toccavi, e adesso tremo ancora come quella volta, mentre la finestra aperta non riusciva a portarsi via il fumo delle otto sigarette che ho finito per calmarmi. L’ansia nella voce e la paura e l’impotenza nei miei gesti e nei tuoi. Dovrei raccontare le mille cose che io ho fatto per te, e anche quelle che tu hai fatto per me, anche se non me ne accorgevo, anche se non lo sapevo. Le ore passate al sole crudele dei giorni in cui saltavamo la scuola, e la tua pancia sotto la mia testa, le tue mani sulla mia pelle e i sorrisi, i tuoi, e i miei di riflesso. Queste sono cose che tu sai. Come sai che ti amo. Ciò che non sai è come ti amo, quanto ti amo, quanto è facile dirtelo in ogni modo, con ogni voce, con qualunque sguardo, insieme a qualunque gesto. Sei l’unica donna della mia vita, sei l’unico amore della mia vita. E non sai nemmeno che ho paura di te, una paura fottuta, amore mio. Viscerale, incontrollata. Che tu possa lasciarmi, forse, un anno o l’altro, una cazzata o l’altra. Tu sai che io non mi lego. Ma sai – la tua pelle, lo sa, come lo sanno i tuoi occhi e le tue labbra – che quando lo faccio io smetto di essere. Ed è questo, forse, che non sai, più di tutto il resto. Che io senza di te posso esistere, ma non essere. Mai senza di te, amore, amore mio, unica, immensa, splendida, bambina e donna e puttana e figlia e sorella. Sei sacra, per me. L’unica cosa veramente bella e terribile della mia vita. Quello che non sai è che nessuno può amare e amarti come io amo te. Che nessuno può appartenere e appartenerti come e quanto ti appartengo io. E vorrei sempre, amore, sempre, sempre e per sempre, amore mio, amarti, come sempre ti ho amata, inconsapevolmente mia.

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18 February 2011 @ 05:22 am
E niente.
Sono le quattro e quarantatre minuti e io non sono dove dovrei essere. Ovvero a letto.
Da solo, dai.
E' che in realtà rimando da più o meno sette ore. Perchè sono perfettamente consapevole che quando mi spoglierò e infilerò sotto le coperte succederà.
Quella. Cosa.
Quella cosa orribile per cui non mi piace andare a dormire.
La stessa che sa di poesia e di solitudine.
O forse sono io che la faccio troppo poetica, e in realtà è solo stupida.
Ma la odio.
Sul serio.
Le coperte gelate.
Non le sopporto. Perchè passo almeno mezzora a cercare di farmi minuscolo, più piccolo che posso. Tanto da stare scomodo e farmi mancare il fiato. Però quando cominci a cullare l'idea di stendere un po' le gambe, ma appena appena, le senti.
Loro.
Le maledette.
Non si scaldano, sul serio.
Tu ci speri sempre. Che acquistino calore per scienza infusa - scienza infusa un cazzo, tu sei lì con i tuoi trenta gradi e passa di temperatura, il principio zero della termodinamica ce l'hai ficcato nel cervello perchè santo dio è l'unica cosa che hai imparato di quell'odiosa e inutile materia che risponde al nome di Fisica in tre anni di liceo classico. Però non funziona.
E' come il calabrone - era il calabrone? Quello che secondo le leggi non dovrebbe volare perchè è troppo pesante. Però lui di fisica ne sa meno di me e quindi vola lo stesso.
E ecco, le coperte seguono questo ragionamento.
Dovrebbero scaldarsi perchè sono a contatto con i miei maledetti piedi, però non lo sanno, e quindi restano gelate.
E quando sei raggomitolato, credetemi, è difficile rilassare i muscoli per smettere di tremare.
Che poi, a me tremare piace pure. Serio, eh. Mi piace. E' quasi erotico. Però, cazzo. Vorrei addormentarmi senza la sensazione di essere immerso in una tormenta antartica. Non mi sembra di chiedere molto, ecco tutto. Io sono uno che si accontenta.
Tutto questo, per dire che forse è il caso di comprarsi quell'aggeggio astruso che scalda il letto. Tanto so che non lo farò, sono troppo pigro. E anche se non lo fossi, non me lo farebbero comprare. Quindi il mondo è contro di me e mi toccherà chiederlo per Natale.
Che umiliazione.
Saranno tutti lì riuniti ad aprire buste da lettera contenenti agognato denaro, e io mi cullerò lo scaldaletto. Guardando tutti in cagnesco accartocciato sulla poltrona. Niente di troppo diverso dalle solite riunioni di famiglia, alla fine. Però niente. Mi rende triste lo stesso.
Mi fumerò la marlboro della buonanotte/buongiorno e poi mi obbligherò a non passare quest'ora di buio che mi rimane davanti a 'sto schermo. Mi sento male solo a pensarci, a quelle coperte.
Che poi.
Sarà una settimana di fila che faccio incubi che non mi ricordo quasi per niente. Ma so che c'entrano gli esami di maturità - i classici, poi: arrivare tardi alla seconda prova, catastrofi apocalittiche nel bel mezzo della terza et similia. La prima e l'orale non me li sono ancora sognati. E' colpa dell'Università, come se non lo sapessi.
Devo fare delle ricerche. Devo sapere se esiste una patologia che mi faccia provare intenso stress solo a sentir parlare di studio. Perchè se esiste, io ce l'ho. Fuori da ogni misero o ragionevole dubbio. Io sono una persona stressata. Mi stresso pure se non faccio niente. Mi stresso anche quando faccio tutto.
Vince un supplì chi indovina di che cosa parla un capitolo dell'esame di neurobiologia che non ho dato.
Questa sorte non è ironica.
E' sarcastica.
Pesantemente, phophio.
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12 February 2011 @ 07:47 pm
Capii allora che la sacralità dell'arte non esiste,
che tutto è inganno e follia.
Che io sono uno schiavo, un buffone, un pagliaccio,
un Arlecchino accusato di un miserabile furto.

Dovevo scriverlo da qualche parte. Dio, è passato così tanto tempo. Anni. Interi. Dio come mi mancavi, certe volte. Mi pareva che mi mancasse l'aria, mi pareva di non essere più niente, di non avere quel basamento d'essenza che tu hai capito e svelato prima di chiunque altro. Santo dio come sono sentimentale. Patetico, mh? Mi faccio quasi schifo.
Però. Però sei tu, lo capisci? Mi capisci, vero? Anche se non lo leggerai mai - perchè io non ho nessuna intenzione di fartelo leggere. E allora sarebbe anche un po' inutile, ma dovevo scriverlo da qualche parte. Altrimenti esplodo. Mi sento un bambino, sono felice senza motivo - tanto lo so che sparirai, prima o poi, un'altra volta. Lo fai sempre. Tutti quei messaggi a cui hai risposto dopo ore - se non giorni - e poi bum. Morto.
Ti ho difeso, sai? Sempre, da tutto quello che dicevano contro di te. Mi dicevano che ero stupido, perchè in realtà non te ne è mai fregato niente. Forse è così, io non lo so. Però ho bisogno di credere che te ne importava. Non di tutti. Anche solo di me.
Perchè sei stato tu a costringermi a iscrivermi a quel corso di teatro. Sei tu che mi guardavi recitare, che mi ascoltavi uscire di testa e che mi pagavi le granite. Tu che mi guardavi male mentre ti sfilavo due o tre Benson&Hedges dal pacchetto e mi dicevi che il fumo fa male a tutti tranne che a te. Perchè sei tu ad avermi detto che sarei dovuto andare all'Accademia, anche se avrei rischiato di morirci, lì dentro, perchè mi avrebbero preso, perchè ero il più bravo, perchè ce l'ho dentro, quella pianta, e tu lo sapevi.
L'ho perso, quel foglio. La Terra e il Lillà e l'Aquila. Non sai quanto ci sto male, quanto vorrei riaverlo per leggerlo tutti i giorni e sapere che l'hai scritto per me, ed è stato davvero il regalo più bello che io abbia mai ricevuto.
Ti ho pensato spesso, sai? Ogni volta che vedevo un palco, anche uno di quelli che montano giù in piazza ogni tanto. Ogni volta che riprendevo in mano quei copioni. Ogni volta che mi sentivo nudo e avevo bisogno di vestirmi di qualcosa per non sentire troppo.
Sei senza dubbio un pilastro fondante della mia persona. Non sarei quello che sono, oggi e adesso, se non fosse stato per te. Ti devo tanto, e non so se ti è mai bastato vedermi recitare per ripagarti - anche se mi copiavi le facce, non pensare che non me ne sia mai accorto. E quanto ti stupivi quando mi dicevi "Pensi che saresti in grado di farlo come lo faccio io?" e poi ci riuscivo!
...quanto ti ho odiato certe volte.
Quanto mi sei mancato in questi anni.
Quanto ho aspettato che tornassi.
Quanta voglia ho adesso di abbracciarti e sentire la tua capoccia pelata sotto il palmo della mano.
E lo so che è stupido, non credere. Però io ci spero ancora, a volte. Che torni, prima o poi. Che quando passerai di qui mi penserai, almeno un po'. E che avrai voglia di chiamarmi e andare a mangiare un gelato insieme.
E l'ho capito dieci minuti fa, che io sono la tua Volpe. E che tu sei il mio Piccolo Principe, anche se non hai i boccoli e gli occhi azzurri, anche se non è il grano a ricordarmi di te. Mi hai addomesticato, tanto tempo fa. E sei responsabile di me, in un modo che probabilmente non capisci, che probabilmente nemmeno io capisco del tutto.
E non sai quanto vorrei che fossi qui, adesso.
Potrei arrivare anche ad inginocchiarmi e pregarti. "Guarda come mi hai ridotto", ti direi. E anche "Puoi evitare di sparire ancora?". E poi: "Puoi abbracciarmi un po' più forte, per piacere?".
 
 
30 January 2011 @ 03:50 pm
Ieri. Freddo, ma non troppo - non come la settimana scorsa. Macchina, canzoni idiote in un cd che abbiamo deciso di fare per noi, per ridere, per cantare e tornare ragazzini - perchè tutti ne hanno bisogno, almeno una volta nella vita. Io, poi, in special modo. Pub, gente di cui dovrei ricordarmi ma che non ricordo perchè quando ci ho parlato ero ubriaco perso. Troppa gente, non c'è posto. Altro pub, nell'attesa che arrivi il gruppo di amici di amici che deve suonare. Cena, allegramente. Le patatine da tre euro e mezzo: sette pezzi. Che roba. Il casino ovattato e tutti che si sporgono sul tavolo per sentire quello che ha da dire qualcuno dall'altra parte. L'imbarazzo, il nervosismo - Tommaso, ovviamente, sempre colpa sua. Un bicchiere di Bayles, perchè ne ho voglia. Un paio di sigarette. Risate, parecchie, mentre il ponte di Londra sta cadendo e il signor Johnson incontra gente per strada. Racconti di qualche serata. Di nuovo il primo pub, beviamo per festeggiare l'esame di Michela, il primo, probabilmente un trenta. Beviamo di nuovo, ascoltiamo un po' di buona musica e ci godiamo lo spettacolo del cantante assolutamente fradicio. Beviamo, e stavolta pago io. Scopro che gente parla di me ad altra gente, senza motivo. Sai che novità, ma mi piacerebbe sapere a proposito di che cosa. Brillo? Oh, sì. Quel tanto che basta per ridere di più, per non fare troppo caso alla puzza di sudore che c'è dentro quando torniamo dall'ennesima sigaretta. Una sauna. Ce ne andiamo, e ovviamente inizia a piovere. Il solito pub, pure quello quasi pieno. Chiacchieriamo, beviamo un bicchiere d'assenzio che quasi ci ammazza e usciamo sotto la pioggia per fumare. Fa freddo, però, e la sbronza non sale più di tanto. Rientriamo e cominciamo a giocare ai mimi. Che roba. E pensare che per indovinare "felicità" bastava che mi sorridesse.
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27 December 2010 @ 10:49 pm

E la pioggia ha il colore del cervello.
E il tuono ha il suono di qualcosa che ricorda qualcosa.
Stan Rice
 

Penso che non ho tanta voglia di ricordare. E che non sta piovendo, non ancora. Non so che odore abbia il cielo, stanotte, e in realtà non ho voglia nemmeno di saperlo. Penso che la pubblicità di Scientology qui accanto sia qualcosa di abbastanza fantascientifico e disturbante. Penso che mio padre non dovrebbe vedere un documentario sull'omosessualità, perchè è una cosa stupida. Penso anche che sarebbe bello poter tornare indietro e invece non si può. Penso che mi manca Michela, e in realtà non mi manca. Penso che non mi manchi nessuno, e in realtà mi mancano tutti, anche quelli che non dovrebbero mancarmi perchè non se lo meritano. Penso al fatto che non ho avuto il coraggio di guardarla in faccia, l'altra sera al pub, perchè mi faceva male e avevo paura e mi vergognavo. Penso al sorriso che è scomparso dopo che lei è entrata, e a quanto sono stati tirati e forzati e esagerati quelli a seguire. Penso che ho pensato che era stupido essere orgoglioso di non essere solo, essere contento di farmi vedere con qualcun altro, altra gente, altri amici. Penso che chissà dov'è finito il mio burrocacao al cioccolato - l'unico regalo di natale che ho davvero apprezzato. Penso che a febbraio avrò gli esami, e che non ho ancora iniziato a studiare. Penso che non ne ho voglia. Penso che devo ancora fare un regalo a Michela, e non ne ho voglia. Penso che dovrei alzarmi e andare a pisciare, e non ne ho voglia. Penso che ho diciannove anni, e appena mi abituerò a rispondere in modo esatto al "Quanti anni hai?" saranno diventati venti. Penso che non me li sento, diciannove anni, e non voglio sentirmeli addosso come fossero un macigno all'altezza delle tempie. Penso che non scriverò mai il seguito di Vita, anche se ho già in mente il titolo. Penso che dovrei prendere a calci la pigrizia quando mi rigiro nel letto e non ho sonno, e non ho voglia di alzarmi per prendere un foglio e una matita. Penso che ho scordato troppe frasi, che probabilmente non torneranno. Penso ad A., perchè è collegata a F., e sono contento per lei perchè se ne è andata per davvero, dove e come voleva andare. Penso che il coraggio di farlo, io non ce l'avrò mai. Penso alla mia mamma, che non sento da tanto. Penso che ho voglia di abbracciarla perchè in questo periodo non ho voglia di parlare. Penso ai personaggi, penso alle voci in testa, penso ai pensieri che dovrei e non dovrei avere. Penso alla voglia che ho di spaccare la faccia a T., perchè più ci penso più mi fa incazzare. Penso che l'ho passato, il periodo dell'incazzatura. Penso ai miei libri sull'armadio, e all'ordine in cui ho dovuto costringerli. Penso al libro che mio padre ha fatto stampare per me quand'ero piccolo, e che se ne sta in soffitta a prendere polvere, lacerato da tutte le volte che l'ho costretto ad essere letto. Penso che mio padre non se lo ricorda. Penso che mia madre se lo ricorda, e non capisco perchè. Penso a S., che è tanto che non vedo. E penso a D. e a N., per motivi diversi e uguali. Penso che quest'idea di puntare le iniziali dei nomi sia una gran cazzata. Penso che devo farmi una doccia, ma non ne ho voglia. Penso che dovrei convincermi di aver letto quel messaggio, penso che dovrei costringermi a non ignorarlo, penso che so che non lo farò comunque. Penso a J. che mi diverte e mi infastidisce e mi fa dannare. Penso alla cena del liceo a cui forse non andrò. Penso ad A., che ho sognato stanotte. Penso che non dovrei pensarci. Penso a quella sera che ho mandato al diavolo, e forse ho fatto bene. Penso che aver riletto tutto sia una gran cazzata. Penso a L., che non dovrebbe volermi così tanto. Penso a S. e a D. e penso che li ho lasciati andare perchè era troppo difficile. Penso alle canzoni che non ho voglia di ascoltare. Penso che che sia stupido non pensarci. Penso che il giornalismo è morto, ma solo perchè me lo dice una scritta qui sopra. Penso che ho scritto tanto, e come al solito è un delirio. Penso che mi piace delirare. Penso che non mi piace ammetterlo. Penso. Penso. Penso. Penso. Penso al libro che ho letto, e che mi ha fatto male. Penso che mi sarebbe piaciuto pensare di odiare Michela perchè me l'ha regalato. Penso che l'altro sia finito troppo in fretta. Penso che non ricordo se quell'altro ancora sia stato scritto da una professoressa, e penso che ha un titolo bellissimo. Penso che il rosso, in fin dei conti, sia davvero un bel colore. Penso che il bianco neanche a me è mai piaciuto. Penso ai ragazzi, miei e suoi, al latte e ai cavalli e all'anello e alle stampelle. Penso agli uomini di F., e penso che è davvero strano. Penso che alla fine sono affari suoi. Penso che forse sta meglio così. Penso a L., per forza di cose. Penso a V. perchè è connesso a L. Penso a C., e ad un'altra C. Penso che ogni volta che mi sforzo di non pensare a niente mi viene in mente C. Penso che sia la cosa più diversa dal niente che esista. Penso che allora è sbagliato che lo pensi. Penso a S., e penso che non ho voglia di vederla. Penso all'ansia. Penso al panico. Penso a F. che è un'idiota e io ci ho messo tanto a capirlo. Penso che quando rileggerò tutto questo forse non mi ricorderò a chi corrispondono queste lettere. Penso di pensare.


 
 
26 November 2010 @ 12:30 am
Proprio. Sulla scia di Willwoosh e della mia voglia di postare qualcosa.
Per la serie "Lasciate ogni speranza voi ch'entrate".
Amen.

1. Sono maniacale per quanto riguarda il cibo nei piatti. Le pietanze devono stare separate, dio santo.

2. Ho la bronchite regolarmente almeno ogni sei mesi. E, nonostante i miei anticorpi siano iperattivi, non mi passa prima di due settimane-maddaifacciamotre-ahbehalloraperchènonunmese. Questo perchè odio prendere medicine e non mi curo. E ci fumo sopra.

3. Mi diverto con poco. Sono in grado di fare un viaggio di tre ore in macchina senza stereo senza nemmeno accorgermene, se mi mettete davanti uno di quei dadi che dondolano. E ci gioco come i gatti. Solo che un gatto non ha il sorriso ebete sul muso mentre lo fa e soprattutto nessuno gli rompe il cazzo perchè lo fa.

4. Ricollegabile al punto due: ho una temperatura corporea normale di trentacinque gradi e due. Per questo motivo se supero i trentotto ho le allucinazioni - cosa che comunque non succede da quando avevo dieci anni.

5. Sono nato con la procreazione assistita. E ho trovato i fumetti con cui mio padre si è fatto la sega.

6. Parlo nel sonno. E sono capace di addormentarmi in piedi - è successo due volte e la prima ho avuto un livido enorme sulla natica destra per due settimane (ho preso in pieno la vasca da bagno. Maledette pisciate notturne.)

7. Sento le voci - ed è orribile quando non le sento, perchè vuol dire che sto male.

8. Mi appassiono in fretta, ma ancora più in fretta mi annoio. Infatti mi sono già rotto il cazzo di questa lista.

9. Da piccolo ero convinto che per cantare bene una persona dovesse essere bella mentre cantava.

10. Il mio primo bacio con la lingua è stato a sei anni. Con mio cugino.

11. Ho una passione insana per il sangue. Mio o altrui. 

12. Il mio libro preferito è Il Piccolo Principe - e solo una persona al mondo sa perchè.

13. Odio ferocemente l' "arte" contemporanea.

14. Odio per almeno due mesi ogni singolo ragazzo della mia migliore amica, in modo viscerale e incontrollato. Sistematicamente. Grazie a dio ha solo storie durature.

15. Non so quanti anni abbia mia sorella di preciso.

16. Ho paura dei rumori forti.

17. Anni fa dovettero praticamente costringermi a fare un tiro di canna perchè avevo paura di diventare stupido - cosa che poi è successa comunque.
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12 August 2010 @ 07:36 am

Lo facciamo, qualcosa di originale, una volta tanto?
Che poi originale non lo è affatto, ma ci sarebbe da chiedersi chi è che alle sette e diciotto minuti di questo mattino di Agosto già quasi afoso si metterebbe ad emulare Joyce. Avanti. Ditemi chi è il pazzo che lo farebbe.
Io.
Proprio.
Cominciamo da - David Copperfield iniziava in questo modo? Forse. E chi l'ha mai letto? Io so che inizia così perchè me l'ha detto "Intervista col Vampiro" - che cultura cinematografica spaventosa, eh? Un po' come quella per la musica, e ne parlavo poche ore fa con Vico. Vico, cazzo. Mi fa morire. Una delle persone che non calcolo mai e che in realtà mi è simile per tante di quelle cose da lasciarci il fiato, proprio. E ho già scritto due volte proprio, e mi viene da dirlo in un altro modo - e tu che forse leggi o forse no sai qual è questo modo. E ho letto il tuo ultimo post, qui su lj, e mi è venuto quasi da piangere, perchè cazzo, tu lo vuoi capire o no che TI AMO da morire? Ti amo. E se scrivo ti amo mi viene in mente il tipo dell'altra sera, che me l'ha ansimato tra i capelli - e io l'ho ignorato, come ho ignorato tante cose in vita mia. Però l'ha capito che ha detto una cazzata. Mi è sembrato quasi di sentire il respiro che gli si strozzava in... - Michela. Perchè ti amo sono due parole che le ho ripetuto così spesso da essere diventate parte integrante del suo nome quando la penso. Una sorta di Michelatiamo. O Tiamomichela. E' uguale. Cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambia - stupida matematica, ti odio. Mi hai terrorizzato insieme a quella stronza di fisica - amica tua - tanto da impedirmi di provare ad entrare a fisioterapia - che poi comunque non mi prenderebbero, figurati. Le mani fatali ce le ho e un cazzo di posto in quella facoltà non ce l'avrò mai. Fanculo ai raccomandati e 'fanculo pure a te, che mi stai in testa da troppe ore. Esci, bastardo. Hai parlato troppo e agito troppo poco. Tu e il tuo cazzo. 'fanculo - e non andrò mai più ad un maledetto falò - potessi morirci adesso, e che cazzo - Naima, sei terribile. Cristo. O ti odio o ti adoro, devo ancora decidere - a voi vi odio e basta, c'è poco da fare - tanto lo so che non è vero, però dire cazzate non è tanto difficile - più difficile sarà per qualcuno (ti amo!) vedere i miei chiaroscuri, stavolta - e mi viene da ridere e da rotolarmi - sto mentendo. Sono apatico come non vorrei essere - o forse sì e... - ho letto che non ti piace l'apatia e... - mi sa che sto parlando troppo di te, qualcuno potrebbe ingelosirsi. Però stanotte ho capito che ti amo. E non mi chiedere perchè, però l'ho capito e... - Cristo, non sai che voglia ho di accarezzarti i capelli che... - Cazzo, ci ho messo un'ora a pettinarmi, ieri mattina - tutta colpa tua, idiota impotente, e il tuo cazzo di "Andiamo altrove, ti va?". Vai a FANCULO, ecco dove devi andare. Mi stai rovinando il delirio e ti ODIO per questo. Non si rovinano mai i miei deliri, potrei ammazzarti per avermi infangato in questo modo. I miei deliri non si toccano, fottuto idiota - un minimo di supremazia mentale lasciatemelo, ne ho tanto bisogno. Non tanto. Solo un po' - per sentirmi interessante (?) - e le parentesi mi fanno sempre pensare alla vagina e non ho mai capito il motivo - proprio no. E che palle. Oh. Ecco.
 


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